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25 05 2006

GameArt: Contemporary Emblems

di Matteo Bittanti
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"Sono finalmente disponibili iContemporary Emblems di Mauro Ceolin.

Si tratta di una serie di emblemi costuititi da figure, simbologie e loghi che Ceolin ha estratto dall'universo dei videogiochi e che ha ricombinato in figure unitarie. In pratica Ceolin ha recuperato l'iconografia dello stendardo e l'ha updatata con soggetti videoludici.

Lo stemma è un medium del tutto particolare. Nella storia ha sempre svolto una funzione istituzionale. E' simbolo di potere, di nazioni, popoli o corporazioni. L'emblema si differenzia dalla bandiera perchè si richiama a simbologie del passato, a miti e codici religiosi, metafisici, popolari etc.

Gli stemmi di Ceolin raccontano una nuova mitologia del tutto contemporanea dove personaggi, nemesis e loghi e simboli dei videogiochi si sono sostituiti a quelli reali del passato." (Pierluigi Casolari)

Link: Mauro Ceolin's "Contemporary Emblems".

Link: Pierluigi Casolari.

Link: Pierluigi Casolari bis.

Emblemi contemporanei" (Matteo Bittanti)

"L'irrefrenabile ascesa dei sistemi di reputazione nell'era della partecipatory culture richiede nuove gerarchie, ergo nuove insegne, simboli, emblemi. Questa proliferazione non va temuta ma abbracciata, in quanto celebra la produzione di massa dell'unicità.

L'agent provocateur Mauro Ceolin è chiaramente intrigato dall'intento didattico del simbolo. Con "Emblemi Contemporanei", Ceolin produce una critica ironica a quel sistema militare e dell'intrattenimento che informa gli immaginari collettivi contemporanei, dal cinema ai media digitali. Da qui l'abbondanza di [immagini di] fucili, scudi e armi [Boom! Headshot]. Ceolin, generatore di emblemi travestito da artista celebra l'ascesa delle corporation invisibili e visibili che stabiliscono le regole di quel gioco che e' la nostra esistenza quotidiana. Le insegne, infatti, sono usate convenzionalmente come emblemi di un'autorità, specifica o generale, concreta o immateriale.

D: Con che tipo di autorità abbiamo a che fare?
R: Con il potere autoritativo delle immagini, con la loro abilità di evocare idee potenti con tratti decisamente semplici, quasi infantili.

Gli emblemi di Ceolin veicolano strati di senso [dis-senso], proprio come la croce cristiana è sia simbolo del sacrificio sia emblema della Crocifissione. Gli emblemi secolari, come i logo delle multinazionali, hanno una natura magica, quasi onnipotente. Sono pervasivi e intrusivi. La loro semplicità cela un'arcana complessità. Come ogni altro emblema, portano con sé un codice segreto, che deve essere decifrato. Gli emblemi, però, comunicano solo ai cognoscenti.

Simmetria = dinamismo = panta rei = striscia di fumetti = Flash

Il fatto che sia proprio Ceolin a reinventare il concetto stesso di emblema non ci deve sorprendere affatto. La pubblicazione, nel 1531, del primo libro sugli emblemi a opera di un altro italiano, il giurista Andrea Alciato, segna l'inizio di un interesse nei confronti degli emblemi che dura due secoli, diffondendosi a molti paesi europei. Il volume in questione e' Emblemata, pubblicato ad Asburgo da Heinrich Steyner nel 1531.

Una delle caratteristiche del movimento seicentesco del Manierismo era quella di trasmettere informazioni allo spettatore culturalmente consapevole tramite associazioni esoteriche o per mezzo di emblemi. Allo stesso modo, gli emblemi di Ceolin possono essere compresi appieno solo da quelli che sanno che un pinguino o un porcospino non sono solo animali, che Maxis e Marxismo sono due cose distinte e, tuttavia, simili; che i collari non li indossano solo per i cani e che un colpo-in-testa può essere divertente [nel senso di "Prima di tutto, divertiamoci"]. Gli emblemi uniscono testo e immagine. Hanno implicazioni moraleggianti (o moralistici?): lo spettatore non può mantenere una posizione neutrale quando si rapporta a queste opere d'arte. Una pistola e una corona invitano a una riflessione più attenta e, forse (argh) addirittura alla mortificazione. Fuck! Reload!"

Matteo Bittanti, San Francisco, maggio 2006

(traduzione dall'inglese di Valentina Paggiarin, giugno 2006)


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