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30 01 2006

Lettera: L'Italia non sa fare videogames

di Matteo Bittanti
Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di uno sviluppatore italiano che ha lasciato il paese in cerca di fortuna all'estero, trovandola immediatamente. L'autore, che preferisce restare anonimo, spiega le ragioni per cui è impossibile sviluppare videogame in Italia, rispondendo all'articolo di Gianluca Masina.


"Perché in Italia non esiste un'industria dei videogiochi? Perché non è mai decollata? Perché lo stato non pare interessato a farla decollare? È possibile rispondere in vari modi a questo "annoso" problema. La maggior parte delle risposte che normalmente mi capita di sentire sono semplici sonniferi, ovvero dei palliativi che non risolvono la questione, ma per lo meno aiutano a dormire. Le più comuni sono:

Primo: in Italia non esiste una grande azienda informatica che promuova i videogiochi come traino per la vendita di software e hardware. In altre parole l'esistenza di una compagnia come FIAT ha promosso e incentivato la costruzione di autostrade e di grandi infrastrutture per le autovetture. Mancando in Italia una Microsoft, una Intel o una IBM non c'è interesse a promuovere questo tipo di prodotti.

Secondo: da sempre la produzione culturale in Italia è assistita, dato che da sola non si regge. I mass media (televisione , cinema, stampa, radio, etc.) italiano sono da sempre cassa di risonanza e manifestazione del potere politico, servono a costruire il consenso, non a fare cultura. Il cinema italiano dopo una breve parentesi pionieristica decade e rinasce nasce sotto il fascismo che promuove Cinecittà. La televisione nasce sotto l'indirizzo democristiano come forma di intrattenimento educativo e pedagogico per una italietta paesana come era quella degli anni '50 (ad esempio gli sceneggiati che rappresentano i grandi classici della letteratura, i quiz tipo Lascia o Raddoppia che rappresentano una forma di intrattenimento pseudo-colto che premia il liceale secchione, lo studioso di provincia, l'insegnante erudito, lo scrittore mancato). Il potere politico sostiene la cultura di massa e la cultura è asservita al potere politico. Quindi in Italia non esiste una produzione culturale per la vendita, per il mercato, qualcosa che possa competere ad armi pari in un mercato internazionale, ossia come merce, ma esiste una produzione culturale per un consumo locale funzionale alla propagazione e alla formazione del consenso dei valori promossi dalla linea politica in quel momento al potere.

Terzo: sotto il profilo economico, il comparto dei videogiochi non esiste. È un segmento industriale di nicchia, che interessa forse un migliaio di persone in tutta Italia (mi riferisco agli operatori del settore, ovvero da chi sviluppa software a chi lo recensisce, dai distributori ai rivenditori etc). Ergo, su una popolazione di 60 milioni di persone, rappresenta qualcosa di assolutamente irrilevante. Ergo, da un punto di vista sociale e politico è praticamente marginale, a differenza della moda, del design, della televisione, etc.

Quelle che ho appena esposto sono le cazzate che leggiamo quotidianamente. Quanto segue è ciò che penso davvero.

Quarto - e questa è la ragione che preferisco. Gli italiani non sono capaci di fare i videogiochi. Punto e basta. Gli inglesi non sono capaci di creare una cultura gastronomica, i tedeschi non hanno raffinatezza e gusto nel lusso, i belgi non sanno fare il gioco del calcio, gli americani non hanno il senso della misura, gli italiani non sanno fare i videogiochi.

Le altre tre risposte sottoindendono che gli italiani avrebbero le potenzialità ma che sfortunate circostanze ambientali gli impediscono di farle emergere. Secondo me, è vero il contrario. Ovvero la mancanza di capacità fa sì che questo settore sia negletto e quindi di nessun interesse per la societa italiana.

Mi spiego meglio.

A ben vedere, nella produzione videoludica negli ultimi dodici anni si sono cimentati più o meno tutti. Nell'industria dei videogiochi si sono avvicendati non solo team e personaggi improvvisati e spesso al limite della legalità (mi riferisco ad esempio al caso dei Colors di Bologna fuggiti qualche anno fa a Cuba con la cassa della società) ma anche realtà consolidate come case editrici serie (Giunti Multimedia, Mondadori, solo per citare due delle più importanti) oppure operatori economici accreditati (penso, ad esempio, al finaziatore Cuneo per il caso dei Trecision di Rapallo e della Leader nel caso di Milestone e di Ubisoft a Milano). In altre parole, da anni ci si prova. Ma ciononostante, questo settore non decolla.

Chi opera nel mondo dei videogiochi, opera oggi in Italia con grande difficoltà. I team professionali capaci di sviluppare un videogioco degno di questo nome sono pochissimi (non faccio nomi per non fare torto a nessuno) e il risultato e che i buoni prodotti italiani capaci di competere sul mercato internazionale, purtroppo, si contano sulla punta delle dita.

Eppure all'estero nelle grandi compagnie i singoli sviluppatori lavorano e fanno carriera. Nelle società estere abbiamo bravi game designers, abbiamo ottimi grafici, abbiamo programmatori capaci. La mia risposta è che fare videogiochi richiede capacita organizzative che non sono tipiche del modo di fare italiano, che io reputo sì creativo e geniale ma anche approssimativo, poco incline organizzazione e al rispetto dei ruoli e gerarchie, molto individualista, incline al litigio, falso e doppio, poco attento al conseguimento degli obiettivi e più attento a individuare colpe e responsabilita in altri.

La mia opinione e che se gli italiani vengono diretti da persone non italiane allora danno il meglio di loro. Queste caratteristiche italiane le trovo anche nella politica e nella organizzazione generale economica e sociale del paese. Non siamo capaci di fare progetti e investimenti a lungo termine, non sappiamo creare teamworking, appena si consegue un successo seppur minimo subito si litiga, si rivendica, ci si divide, siamo troppo individualisti e presuntuosi, affrettati nei giudizi, molto provinciali e poco attenti a quello che succede intorno a noi, aspettiamo sempre che sia l'estero a darci la via, poco inclini a prenderci delle responsabilità, molto inclini a trovare delle scuse e dei responsabili esterni per i nostri fallimenti.

Tutte queste caratteristiche non solo non hanno permesso all'Italia di creare una grande industria dei videogiochi, ma nemmeno di creare una grande industria (le industrie italiane esistono perche assisitite direttamente o indirettamente dallo stato... Imprenditoria e politica sono sempre collegati a filo doppio, il che significa che da soli gli italiani non ce la fanno). Creare una grande industria culturale significa fare pianificazione a lungo termine, fare investimenti a lungo termine, creare professionalità, dare ruoli e rispettarli, creare gerarchie, creare regole e rispettarle. In pratica: essere seri.

Queste sono tutte caratteristiche generalmente estranee alla mentalità italiana che, da sempre, non è competitiva. Competere nel rispetto delle regole è fondamentale per competere in un mercato internazionale. Questo è del tutto estraneo alla mentalità italiana. Gli italiani non sono competitivi. Cercano di non gareggiare mai alla pari, cercano sempre di mettersi d'accordo prima, di arrivare alla gara, al concorso, al giudizio, sapendo gia chi vince e questa cosa che li fa sentire molto furbi. In realtà è solo un segno della nostra debolezza. Se ti fai raccomandare sai che da solo non ce la puoi fare. Il fallimento dello sviluppo dell'industria dei videogiochi in Italia sintetizza i difetti atavici della società italiana che possono riassumersi in una parola sola: incapacità di darsi da soli una organizzazione, delle regole, un governo.

Spero di esservi stato di aiuto."

Lettera firmata


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